Aggiornamento Classifiche CaSOVAT 2019 dopo la Valencia Marathon

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Two is megl che uan
 
Un’alba chiara e luminosa colora lo Hudson, lo skyline si staglia all’orizzonte, i grattacieli moltiplicano sui vetri e nell’acciaio i raggi del primo sole, facendoci sperare in una giornata limpida e serena.
 
Una giornata che stavamo aspettando da mesi, la domenica di cui abbiamo parlato incessantemente da quando abbiamo deciso di viverla, la data da raggiungere macinando chilometri e asciugando sudore: today is the day, il traghetto ci aspetta per portarci verso Staten Island, verso la partenza della New York City Marathon!
 
Ci imbarchiamo (io e Simona Pelosi!) con i nostri compagni di avventura, solo alcuni, sappiamo già che a vivere questa esperienza saremo migliaia, ognuno con la sua storia, ognuno da un angolo del mondo diverso.
Rifletto su quanto le nostre vite, di tutti noi, negli ultimi mesi siano state simili, organizzate per ruotare intorno ad un unico obiettivo, centrate su ogni allenamento, indirizzate verso la meta.
Intanto salutiamo la Statua della Libertà, ci guardiamo intorno, iniziamo a realizzare ciò che stiamo per vivere.
 
In un attimo siamo a Staten Island, dove i primi volontari ci danno un calorosissimo benvenuto, il primo assaggio dell’ospitalità e della gioia che saranno la costante di questa nostra avventura.
Ci spostiamo verso l’immenso prato di Fort Wadsworth in cui si attende di essere indirizzati verso Wave e Corral di partenza.
Un turbinio di colori, di facce, di suoni ci avvolge.
Vestite a strati male assortiti, imbottite in un mood cipolla che caratterizza ogni partecipante, ci guardiamo intorno incredule e divertite.
Decidiamo di accamparci su un prato, per godere del sole luminoso e tiepido che qualche divinità della corsa ci ha voluto regalare.
Finché un aroma irresistibile ci costringe ad alzarci e ad affrontare i gentilissimi indigeni per cimentarci in un improbabile esercizio linguistico:
“Sorry, noio volevam savuar l’indirizz of the stand with the coffee!”
 
E questo popolo meraviglioso capisce e sorridendo ci indica i bidoni di american coffee distribuiti per il conforto dei maratoneti...
Così riscaldate e rinfrancate, io e Peppino...
Ops...
Io e la Simo ci avviciniamo al cancello della partenza, discutendo sugli ultimi dettagli di stile anziché sulle strategie di gara.
Naturalmente, tra un selfie e una aggiustatina ai capelli, siamo in ritardo e i volontari vengono a chiamarci, è il nostro momento di partire!
 
Il Verrazzano-Narrows Bridge è davanti a noi, il fiume colorato di gente si snoda in tutte le direzioni.
Il cannone esplode il colpo che dà il via alla gara, nell’aria le note di “New York New York”, coriandoli colorati piovono da un cielo azzurrissimo, si parte!
 
Memori del consiglio e dell’esperienza del nostro Esimo Avvocato Guido, cerchiamo di partire ad un ritmo leggermente superiore ai 3’10”/km, perché le prime due miglia e mezzo si sa, sono durissime e spezzano le gambe e poi le paghi sulla distanza...
Decidiamo, da fini strateghe, di assestarci sul doppio di quel passo, così, giusto per stare tranquille… ci godiamo l’aria salmastra, pulita, il rumore dei passi, la città sotto di noi, l’incredulità per essere davvero lì, i pensieri iniziano a vagare, i muscoli si scaldano, la mente si distrae, è tutto calmo...
Fino al boato della festa che ci esplode improvvisamente intorno: siamo a Brooklyn!
Migliaia di persone ai bordi della strada, festanti, urlanti, con trombette, cartelli, manine di bimbi tese per battere il cinque, un delirio di musica live, balli, tamburi battenti ci accompagnano fino al traguardo della mezza maratona, sul ponte che collega Brooklyn col Queens, siamo brave, siamo fighe, le gambe vanno, una leggera discesa ci infonde ottimismo e ci libera da un po’ di tensione, un pensiero ignorante mi passa per la testa
“Tutto qui il ponte verso il Queens? E questo sarebbe il famigerato Queensboro?!? Anvedi quanto siamo top, attraversato senza fare una piega!”
 
Finché, dopo pochissimi km tra i palazzi scintillanti, realizzo e sbianco: eccolo, il Queensboro Bridge.
Vojo morì.
E continuerò a esprimere tale pio desiderio per tutta la lunghezza di questo rumoroso mostro metallico, cercando di raggiungere quel rombo che sento in lontananza, un boato che scoprirò essere generato da un tifo sempre più incredibile, tutta la gente di Manhattan sembra concentrata lì...
Recuperiamo le forze, ci fermiamo a quasi tutti i ristori, salutiamo tutti i nostri fans, ciucciamo maltodestrine e corriamo, viviamo il Bronx, passiamo illese il Muro dei 30, tocchiamo Harlem, i palazzi scorrono, la strada si snoda, la testa vola.
Senza accorgercene entriamo nella Fifth Avenue e proseguiamo in direzione sud, incredibilmente già verso Central Park.
Ed è incredibile anche realizzare che siamo al quarantesimo chilometro, la strada è una bolgia in festa e le urla ci trascinano verso la fine.
Non stiamo più correndo per nostra volontà, in pratica da questo punto ormai è il pubblico che ci fa volare verso l’arrivo, chiamandoci per nome, incitandoci.
È quasi finita, manca poco meno di un quinto di miglio, stiamo per tagliare il traguardo della quarantanovesima edizione della New York City Marathon ed ai nostri lati c’è un tifo da stadio che ci sospinge verso l’arco blu, lo attraversiamo come in un sogno.
Ci godiamo il tifo, lo condividiamo insieme a tutte queste persone che non conosciamo, ci abbracciamo, sorridiamo a tutte quelle facce felici intorno a noi, ci abbracciamo ancora, siamo di nuovo Maratonete, questa volta Finishers della New York City Marathon, l’evento sportivo più partecipato del mondo e domattina il nostro nome sarà stampato sulla carta del New York Times.
Incredibile!
Ci inchiniamo per farci mettere la medaglia al collo, la stringiamo estasiate, con orgoglio la dedichiamo prima a noi due, poi a tutte le persone che ci hanno accompagnato, condividendo un allenamento con noi, un messaggio, un consiglio, un pensiero.
 
È freddo, nonostante il poncho con cui ci avvolgono, e dobbiamo camminare parecchio prima di poter uscire da Central Park.
Ovunque è un tripudio di mantelli blu con dentro un Maratoneta, ed oggi, a New York, quando passa un Maratoneta tutti - TUTTI - gli fanno i complimenti.
È bellissimo.
Sarà così anche domani, così trascorriamo il lunedì camminando tronfie per la città mostrando a tutti - TUTTI - il nostro trofeo, giusto per accertarci che, se in tutto il modo emerso ci fosse stato qualcuno all’oscuro della nostra impresa, in questo modo possa averne consapevolezza:
“Yes, we did, we run the NYCM!”
“Great, congratulations! Where do you live?”
“Che ha detto?”...
“Ha detto se vuoi due olive!”...
Mi sa che per la prossima maratona però studio prima la lingua!
 
Giovanna&Simona

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